CONDIZIONAMENTI – La conoscenza di sé e il “bambino del passato”

23/09/2016

CONDIZIONAMENTI – La conoscenza di sé e il “bambino del passato”

Gli adulti sono lo specchio del mondo dei bambini

CONDIZIONAMENTI - La conoscenza di sé e il "bambino del passato"

immagine di E. Benyaminson

In difesa dei bambini che siamo e che siamo stati

In genere la nostra cultura tende a sminuire il bambino e quello che prova e sono pochi coloro che sfuggono a questo modo di pensare. È inevitabile che genitori e i caregiver (coloro che si prestano alle cure educative del bambino) siano portatori di atteggiamenti derivati dalla cultura dominante e per questo non li si può ritenere colpevoli di comportamenti che riflettono soltanto tendenze della società.

La nostra cultura esprime costantemente un giudizio morale sui bambini, dividendoli in “buoni” e “cattivi”. Il mondo degli adulti pretende che i bambini si assumano alcune piccole responsabilità a riconoscimento delle cure e delle “comodità” concesse, ma la pretesa degli adulti impone al bambino di non rispettare la responsabilità che il bambino stesso ha verso il proprio mondo. E’ luogo comune ritenere che i bambini vivano una vita felice, spensierata e senza problemi. In realtà il bambino affronta anche periodi di crisi, di evoluzione e passaggi delicati che lo mettono di fronte, di fatto, alle proprie difficoltà da superare.

Spesso i bambini crescono in un’atmosfera moraleggiante, gravosa per loro, il cui peso viene riconosciuto dagli adulti davvero di rado. La nostra tradizione sminuisce l’infanzia e tutto quello che essa comporta. Se ci si vuole liberare dalla tirannia conosciuta durante l’infanzia, si deve esaminare con obiettività il ruolo svolto da questi atteggiamenti culturali predominanti nella vita passata e scoprire fino a che punto i nostri genitori ne sono stati vittime a loro volta. Questo tipo di analisi ci può aiutare a capire perché i nostri genitori si sono comportati nel modo che abbiamo conosciuto e ci è stato trasmesso ed insegnato. Viviamo in un mondo essenzialmente dominato e controllato dagli adulti. Concordo con B.I. Beverly, uno psichiatra che ha compiuto studi approfonditi riguardo lo sviluppo emozionale del bambino, quando afferma:

“La società, a partire dai genitori in casa fino ad arrivare ai più ampi contesti sociali, è fatta dagli adulti e per gli adulti, e in questo schema di vita il bambino, in quanto tale, viene completamente trascurato. Da lui ci si aspetta che capisca, approvi e si adegui agli standard degli adulti, come farebbe un adulto. […] Si pretende che il bambino che vive in un mondo tutto suo, pensi e si comporti secondo i canoni degli adulti”.

Un modo per aiutare se stessi ormai adulti, è rendersi conto che questi comportamenti possono essere il punto di partenza e il continuo alimento di un processo di auto-denigrazione sia durante l’infanzia che nella vita futura. Gli adulti sono stati lo specchio del nostro mondo da bambini.

Fa parte del nostro retaggio culturale esercitare sottili pressioni affinché i bambini diventino “ometti” e le bambine “donnine”, ma da sempre si fa affidamento su tecniche ritenute educative quali disciplina dura, obbedienza assoluta e apprendimento mnemonico. Basta soffermarsi su quest’ultimo aspetto per un istante ed è facile notare come imparare a memoria non sia la stessa cosa di comprendere una lezione e maturare strumenti (comportamentali, caratteriali e psicologici) per crescere nella vita ed affrontare la propria strada, esternando ed esprimendo le proprie uniche propensioni ed attitudini. Si continua in definitiva ad ignorare la differenza sostanziale che intercorre tra insegnare ed educare.

“Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere” – Francois Rabelai

Il “bambino del passato” non cessa di esistere

Una delle opinioni più in voga è quella secondo la quale ad un certo punto si cessa definitivamente di essere bambini. Si è divenuti ormai adulti senza possibilità di ritorno. Questa idea, del tutto contraddetta dall’evidenza dei fatti nella crescita e nello sviluppo delle emozioni, dà luogo a molta confusione negli adulti e spesso alimenta una dura ed inutile auto-denigrazione. Si pretende da noi che siamo “adulti” in ogni istante per le più svariate ragioni e responsabilità: perché siamo laureati, siamo maggiorenni, ci siamo sposati, abbiamo trovato lavoro, siamo diventati mamma o papà. Ogni desiderio, sentimento o azione che si possa considerare infantile viene visto come segno di inferiorità e spregevolezza, una dimostrazione di inadeguatezza. Molte persone alimentano un senso di auto-disprezzo a seguito di esser state educate in un ambiente troppo rigido, pressate dalla costante pretesa di comportarsi in modo “maturo” da parte dei genitori. Divenuti adulti, continuano ad avere lo stesso tipo di pretese verso se stessi alle quali il “bambino del passato” non si adegua, perché non è stato né rispettato né riconosciuto. Tante persone se la prendono con se stesse, si vergognano o si colpevolizzano se si scoprono nell’atto di compiere qualcosa che considerano “infantile”.

Il bambino che siamo stati non cessa di esistere nella nostra personalità di adulti ed è del tutto impossibile bandire da noi stessi i sentimenti del bambino. Ci si può benissimo sforzare di essere responsabili e maturi, ma non si potrà mai gestire adeguatamente i sentimenti e le azioni del bambino che ci si porta dentro solo buttandoseli alle spalle. Sono parte di ognuno di noi e devono essere accettati e rispettati prima di dedicarsi ai progetti adulti.

Per quanto critiche, taglienti e brutali potessero essere le osservazioni che ci facevano i nostri genitori, noi ora le applichiamo a noi stessi. Finché non comprenderemo pienamente che gli adulti agiscono come genitori di se stessi, saremo condannati all’inutile e disperato tentativo di mettere da parte tutto il mondo del bambino, come fossero due persone distinte invece che la stessa unica esperienza mutevole di vita.

“L’infanzia è il suolo sul quale andremo a camminare per tutta la vita” – Lya Luft

Prospettive di autenticità

Gran parte delle proprie ansie, tensioni e sofferenze possono dipendere dalla paura dei sentimenti dell’infanzia che a poco a poco si manifestano, e dagli sforzi che si mettono in atto per sopprimerli, mascherarli, rinnegarli e respingerli. Non è facile imparare a riconoscere, rispettare ed accettare i sentimenti del bambino che si è stati. Le abitudini e i condizionamenti sono duri da cambiare e il modo di trattare se stessi abitualmente, “preso a prestito” dai propri genitori, non si arrenderà tanto in fretta.

I sentimenti del bambino che sei stato sono parte di te, lo sono sempre stati e lo saranno sempre, non c’è nulla di cui vergognarsi. Accettarli ti solleverà dallo sforzo affannoso per reprimerli e porterà ad un fresco rinnovamento, una maggiore comprensione attraverso il rispetto di se stessi oltre a godere della loro profonda unicità. I modi in cui il bambino influisce sul tuo lavoro, sulla vita matrimoniale e sessuale, sulla salute, sui contatti con gli altri, costituiscono aspetti essenziali nella tua vita.

L’uscita del bambino

Nell’infanzia, al fine di conquistarsi il calore, l’affetto e l’attenzione dei genitori, il bambino ne assimila e ne imita perfino i gesti e le smorfie, facendo proprio il loro punto di vista su di lui e sul mondo in generale. Ma un aspetto importante è come i genitori vedono il bambino. Questo determina infatti come il bambino vede se stesso. Lui non dispone di altro punto di riferimento, di altro specchio che rifletta che tipo di persona egli sia e se sia degno di essere amato.

Man mano che il bambino cresce, anno dopo anno, cresce anche l’illusione che gli atteggiamenti presi dai genitori siano i propri. Il bambino non abbandona questi atteggiamenti verso se stesso e li ripete considerandoli “autentici”, anche molto tempo dopo aver raggiunto la maturità fisica (che va distinta da quella psicologica). Così il “bambino del passato”, presente nell’adulto, continua ad adottare non soltanto gli stessi atteggiamenti culturali che i genitori mostravano in genere nei confronti del cibo, della vita in famiglia, della religione, dello studio, del sesso e del denaro (per citare alcuni esempi), ma soprattutto gli atteggiamenti che i genitori avevano nei suoi confronti. Si è portati a ricreare costantemente l’atmosfera familiare dell’infanzia. Diversi miei pazienti, riconoscendo un proprio comportamento riprovevole condizionato dai genitori, provano comunque la sensazione che quel comportamento li faccia “sentire a posto”. Questo senso di sicurezza del “bambino del passato” sta proprio in questi atteggiamenti assimilati vecchi e nocivi, adottati dai propri genitori che ricreano l’atmosfera familiare. Abbiamo assimilato quello che faceva ridere o infuriare papà, ciò che sconvolgeva la mamma o quello che pensava realmente degli altri – ciò che Whitman definisce “le abitudini della famiglia”.

La vita come la intendi e come la vivi l’hai appresa in questo contesto storico. Quali che siano state le sue peculiarità, hai acquisito dalla tua famiglia, quella sensazione di “essere a casa”. E’ proprio questa sensazione che il “bambino che sei stato” sta perennemente ricercando.

Non dare la colpa ai propri genitori

Nella mia esperienza clinica, a contatto con molti genitori, dal tipo dispotico, all’assente e all’alcolizzato, è raro che abbia trovato un genitore che non si preoccupasse dei suoi figli, che non li amasse o che perlomeno non provasse a prendersi cura di loro al meglio delle proprie capacità. Quello che impediva tutto ciò era proprio il loro “bambino del passato”, presente naturalmente anche nel genitore, che in molti casi si era conquistato una totale supremazia sull’adulto che invece che riconoscerlo ed elaborarlo autenticamente lo ha sempre temuto, accantonato e represso. I nostri genitori sono soltanto i portatori di questi atteggiamenti dalla generazione passata a quella successiva e come noi sono soltanto esseri umani.

Ora che siamo cresciuti possiamo vedere i nostri genitori come erano in realtà, non persone onnipotenti e onniscienti come li vedevamo da bambini. Per noi ora sono semplicemente degli esseri umani con i loro problemi, non diversi da quelli di tutti gli altri. Possono avere commesso errori nell’educarci, anche grandi, ma lo hanno fatto al meglio delle loro capacità.

Nel ruolo di genitore di te stesso, non continuare ad auto-infliggerti tutti quei comportamenti che ti fanno ancora soffrire. Un percorso psicoterapeutico favorisce naturalmente questo tipo di riflessione e il riconciliamento del bambino che si è stati, liberi dai condizionamenti negativi derivanti dalle “abitudini della famiglia”.

“In realtà, noi siamo ancora bambini. Vogliamo trovare un compagno di giochi per i nostri pensieri e sentimenti” – Wilhelm Stekel

Dott.ssa Marcella Caria


Bibliografia: In defense of childrens – B.I. Beverly; Your inner child of the past – W. Hugh Missildine; Foglie d’erba e prose. Ruscelletti autunnali – W. Withman

ATTENZIONE! Il materiale pubblicato è volto ad essere spunto di riflessione sui temi trattati e non vuole essere in alcun modo sostitutivo di indicazioni e/o trattamenti terapeutici. La gestione di difficoltà e disagi emotivi deve sempre essere affrontata con l’aiuto di professionisti del settore. E’ pertanto importante contattare direttamente una figura professionale competente affinché possa valutare la specifica situazione e fornire le adeguate indicazioni terapeutiche.
Pubblicato in Relazioni con gli altri da Dott.ssa Marcella Caria | Tags: , ,