SENSO DI COLPA – Il peso psicologico del senso di colpa

20/11/2015

SENSO DI COLPA – Il peso psicologico del senso di colpa

Il senso di colpa irrisolto ed i suoi effetti malsani

SENSO DI COLPA - Il peso psicologico del senso di colpa

immagine di Skid Staniak

La funzione primaria del senso di colpa è di avvertire noi stessi che abbiamo fatto o stiamo per fare qualcosa che va contro i nostri principi (ad esempio comprare qualcosa che non rientra nel budget, giocare ai videogiochi invece di lavorare, imbrogliare, ecc…) o nuoce direttamente o indirettamente a qualcuno.

Grazie alla sua sgradevolezza il senso di colpa svolge la fondamentale funzione di preservare le nostre relazioni personali, familiari e di comunità. Ad esempio, quando feriamo una persona con un comportamento aggressivo o irrispettoso, il senso di colpa ci avverte della sua fragilità compromessa, riporta all’attenzione la sua importanza e induce a scusarci per il bisogno di riparare la relazione.

Prima di considerare il senso di colpa per il suo ruolo costruttivo originale è bene comprendere che non tutte le dinamiche scaturite dal senso di colpa possono essere benefiche a lungo termine. Se in giuste dosi il senso di colpa può essere d’aiuto e costruttivo, in dosi più elevate diviene un predone che avvelena la serenità e le relazioni a noi più care.

Che il senso di colpa “malsano” derivi da azioni sbagliate oppure no, quanto più è eccessivo e duraturo, tanto più i suoi effetti diventano tossici e possono danneggiare la salute mentale.

Il senso di colpa “malsano” si manifesta tipicamente in tre forme primarie provocando vere e proprie ferite psicologiche:

1. Il senso di colpa da separazione

Compare quando si è così legati alle persone care che per seguire i propri obiettivi o percorrere una strada che si discosta da loro ci fa sentire male. Ad esempio, potremmo sentirci in colpa perché viviamo lontani dagli anziani genitori nonostante ci sia qualcuno che si prende cura di loro, oppure vivendo all’estero sapendo che la famiglia sente la nostra mancanza, o ancora sentirci in colpa per lasciare i figli a casa con qualcuno che li accudisce e non riuscire comunque a godere di una serata di svago.

Durante un colloquio di terapia famigliare, un padre si rivolse al figlio che aveva appena rivelato la propria omosessualità, gridandogli: «Come hai potuto farmi questo?!». «Io non ti sto facendo nulla, io voglio solo essere felice!» rispose il figlio per poi scoppiare in lacrime e confessare di essere molto dispiaciuto. Spesso i famigliari si sentono traditi in queste situazioni e non di rado comunicano i loro sentimenti senza usare mezzi termini. Molti figli si sentono altrettanto traditi per la mancanza di sostegno ed empatia da parte dei genitori. Il senso di colpa, infatti, ricade molto più gravemente sulle loro spalle che su quelle dei genitori, familiari o persone della comunità.

Ciò che rende disadattivo questo senso di colpa è il fatto che esso compaia rispetto ad un sano desiderio di esprimere la propria autonomia, vivere la propria vita, fare le proprie scelte.

2. Il senso di colpa del superstite

Spesso i superstiti di guerre, attentati, incidenti, malattie o altre circostanze tragiche non riescono più a dedicarsi a pieno alla propria vita perché quando provano a farlo rivivono mentalmente o ricordano le persone che, affrontando la loro stessa esperienza, sono state meno fortunate o decedute. I sopravvissuti si sentono in qualche modo responsabili e si tormentano riguardo alla diversità della sorte. Vorrebbero aver fatto qualcosa in più per aiutare chi non ce l’ha fatta quando in realtà non avrebbero potuto fare alcunché per evitare quanto accaduto.

Il senso di colpa del superstite può essere sovente aggravato dalle circostanze. Ad esempio, un litigio con un fratello poco prima del suo incidente mortale, offendere un collega qualche istante prima che sia licenziato, esser stati ammessi all’università alla quale ambivamo maggiormente proprio quando il nostro miglior amico non ci è riuscito. In questi casi la nostra empatia e la nostra coscienza possono combinarsi e produrre un senso di colpa esagerato. Il senso di colpa del superstite non fornisce azioni per cui fare ammenda o grandi scuse da offrire per rimediare. Pertanto questo sentimento non ha funzione relazionale e i suoi segnali di pericolo non sono altro che un allarme assordante che rovina la vita. Quando il senso di colpa è associato a guerre, incidenti e altri eventi traumatici è meglio consultare un serio psicoterapeuta che abbia una formazione specifica nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress.

3. Il senso di colpa irrisolto

E’ il più comune e spesso il più dannoso. Le offese che possono suscitare il senso di colpa sono innumerevoli, ma una delle principali ragioni per cui questo sentimento può rimanere irrisolto è che siamo molto meno capaci di chiedere scusa efficacemente di quanto si pensi. Anche quando ci scusiamo adeguatamente, il male che abbiamo causato potrebbe però essere troppo grande per cui l’altro possa perdonarci, oppure l’altra persona potrebbe essere intenzionata a perdonarci ma semplicemente non è in grado di farlo. A volte, a causa di particolari circostanze, per noi è impossibile scusarci con chi abbiamo ferito perché non disponibile. In tutti questi scenari il senso di colpa rimane irrisolto e incessante diventando rapidamente tossico per la salute emotiva.

Le ferite psicologiche inflitte dal senso di colpa:

Il motivo per cui è urgente trattare il senso di colpa “malsano” è che sovente questo sentimento si intensifica e degenera in rimorso e vergogna. Si comincia quindi a condannare non soltanto le proprie azioni ma anche se stessi, arrivando al disprezzo di sé, alla perdita di autostima e infine alla depressione.

1. L’auto-condanna

Il senso di colpa blocca sistematicamente i nostri moti di gioia e felicità. Quando siamo attanagliati da un senso di colpa “malsano” facciamo fatica a goderci la vita. Le cose che ci davano piacere, gioia o emozione perdono il loro fascino, non perché non ci piacciano più ma perché non ci concediamo più di goderne. Questo aspetto è particolarmente problematico per chi soffre di senso di colpa del superstite. Ad esempio, i genitori di vittime di incidenti o malattie croniche, sopravvissuti all’Olocausto, superstiti di stragi o attentati, le persone che hanno perso il partner, si sentono spesso in colpa al solo pensiero di divertirsi o concedersi una soddisfazione di qualsiasi genere. Un senso di colpa così duraturo e grave non ha nessuna funzione costruttiva e non fa altro che peggiorare la qualità della vita.

2. Il combattimento solitario

Un altro effetto tossico è la tendenza ad alleviare la sofferenza emotiva del senso di colpa punendosi (consciamente o inconsciamente) mediante atti di auto-sabotaggio o di autolesionismo. Nei casi estremi si arriva persino ad infliggersi punizioni corporali. Le persone che si puniscono, emotivamente o fisicamente, sono molte più di quanto si pensi. Queste azioni rappresentano un chiaro segno di rimorso. Con esse si ridistribuisce il dolore emotivo (o fisico) provato dalla propria “vittima”, pareggiando i conti con lei nella speranza di recuperare il proprio ruolo sociale.

3. Le relazioni bloccate

Il senso di colpa “malsano” inquina la salute della comunicazione. E’ nocivo per l’autenticità della relazione tra sé e la persona offesa.  Anche se non ce ne accorgiamo, il senso di colpa condiziona il nostro comportamento verso l’altro e viceversa. Coinvolge altri membri della propria cerchia sociale cosicché la comunicazione tra tutte le persone coinvolte è rapidamente corrotta con grave sofferenza nella rete di relazione. La tossicità del senso di colpa irrisolto può perfino danneggiare tali relazioni più di quanto non abbia fatto l’offesa iniziale. Si evita ogni riferimento all’incidente per non correre il rischio di offendere ulteriormente la persona quando interagiamo con lei o con i conoscenti. Si evitano le persone o i luoghi che ricordano la malefatta fino ad arrivare ad evitare la stessa persona offesa. Queste dinamiche, oltre che inefficaci, diventano del tutto ingestibili quando, ad esempio, la persona offesa è il partner o un figlio.

4. Il trasferimento di colpa

Nelle relazioni intime capita quasi immancabilmente che l’uno tenti di far sentire in colpa l’altro. «Se ti farai quel tatuaggio, spezzerai il cuore a tua madre!», «tuo padre è ancora addolorato per la tua lite con lui», «per colpa tua ho perso il treno». Questi sono soltanto alcuni esempi di frasi che quotidianamente sono dette per trasferire la colpa agli altri. Il motivo per cui si cerca di far sentire in colpa gli altri è che in questo modo ne possiamo influenzare le decisioni e il comportamento. Raramente però si tiene conto che, oltre al senso di colpa, questo tipo di comunicazione suscita anche risentimento. Di fatto, pochissime persone sono consapevoli degli effetti controproducenti del trasferimento di colpa. Le vittime di questa sorta di ricatto alimentano un risentimento che le motiva solitamente ad allontanarsi ulteriormente col passare del tempo. Sul lungo periodo la tossicità dei tentativi di far sentire in colpa gli altri può accumularsi e rendere superficiale e vuota la comunicazione oltre che scarsa la qualità relazionale. Il trasferimento di colpa suscita nella “vittima” una rabbia che molto spesso non viene né riconosciuta né espressa, ma rimane sotterranea provocando effetti nocivi alla relazione. Innescare il senso di colpa in un’altra persona ha l’effetto di controllare meglio il suo comportamento ma al contempo genera indicibili ripercussioni relazionali.

5. L’avvelenamento della cerchia sociale

Se la persona offesa non concede il proprio perdono, non ci vuole molto affinché gli effetti tossici del senso di colpa e di condanna si diffondano ad altri membri della famiglia o cerchia sociale. Basta che una persona si schieri per innescare il gioco delle tacite alleanze generando spaccature nella comunicazione sociale e condizionando, chi più chi meno, tutti gli altri elementi del gruppo. Molte faide familiari multi-generazionali sono nate proprio così. Tensioni e prove di lealtà di questo genere sono comuni nei luoghi di lavoro, tra gli amici e nelle cerchie relazionali delle squadre sportive. Quando il senso di colpa è irrisolto e significativo, il veleno tra due persone può facilmente diffondersi e inquinare tutto il gruppo.

Come trattare le ferite psicologiche del senso di colpa:

1. Perdonarsi

Talvolta non è possibile farsi perdonare dato che le circostanze non lo permettono o perché tutti i nostri sforzi per farci perdonare sono falliti. Per interrompere l’auto-biasimo l’unica cosa che si può fare in questi casi per ridurre il tormento è perdonare se stessi. Perdonarsi rappresenta un processo, una presa di coscienza e di responsabilità, non una decisione vuota e fine a se stessa. E’ necessario riconoscere di essersi già flagellati abbastanza e che il senso di colpa fine a se stesso non svolge più alcuna funzione costruttiva nella propria vita; bisogna fare lo sforzo emotivo necessario per elaborarlo. Perdonarsi può essere anche difficile ma i risultati valgono la fatica richiesta. Durante questo percorso può rivelarsi utile il supporto di uno Psicologo Psicoterapeuta.

2. Tornare a vivere

Trattare il senso di colpa del superstite è complesso in quanto non c’è niente di cui ci si debba assumere la responsabilità e nulla da espiare. Se non possiamo annullare la sofferenza e il sentimento di perdita di altre persone, possiamo fare qualcosa per porre fine ai nostri tormenti. Il modo migliore è ricordare a se stessi i molti motivi per cui è essenziale farlo. Ci sono tanti ottimi motivi per tornare a vivere e qualora si faticasse ad identificarli sarebbe il caso di rivolgersi ad uno psicoterapeuta competente.

3. Imparare a scusarsi in maniera efficacie

Com’è possibile che una cosa semplice come chiedere scusa metta in difficoltà tante persone? Anche se ci viene insegnato quando è il momento di dire «mi dispiace», raramente viene insegnato come andrebbe detto affinché serva. Le scuse efficaci comprendono questi sei ingredienti:

_ Essere autenticamente rammaricati per l’accaduto;

_ Ascoltare e convalidare i sentimenti dell’altra persona;

_ Esternare direttamente alla persona offesa il proprio rammarico;

_ Chiedere di essere perdonati;

_ Proporre un atto di riparazione;

_ Riconoscere l’errore e mostrare di aver compreso la lezione dimostrando di non volerlo commettere in futuro.

Il vademecum sopra citato diventa efficace solo nel momento in cui agiamo con empatia e autenticità. Ci impegniamo a comprendere i sentimenti provati dalla persona danneggiata capendo a fondo le conseguenze del nostro comportamento.

Dott.ssa Marcella Caria


Bibliografia: Il trauma psicologico della deportazione – Marcella Caria; Emotional First Aid: practical strategiesfor treating failure, rejection, guilt and other everyday psychological injuries – Guy Winch; I sommersi e i salvati – Primo Levi; Vergogna e senso di colpa – Marco walter Battacchi

ATTENZIONE! Il materiale pubblicato è volto ad essere spunto di riflessione sui temi trattati e non vuole essere in alcun modo sostitutivo di indicazioni e/o trattamenti terapeutici. La gestione di difficoltà e disagi emotivi deve sempre essere affrontata con l’aiuto di professionisti del settore. E’ pertanto importante contattare direttamente una figura professionale competente affinché possa valutare la specifica situazione e fornire le adeguate indicazioni terapeutiche.
Pubblicato in Relazioni con gli altri da Dott.ssa Marcella Caria | Tags: ,