MORTE – Osservazioni sulla centralità della morte nell’esperienza di vita

17/07/2015

MORTE – Osservazioni sulla centralità della morte nell’esperienza di vita

Sebbene la morte fisica ci distrugga, l’idea della morte può salvarci

MORTE – Osservazioni sulla centralità della morte nell'esperienza di vita

immagine di Sergey Kolesov

La paura della morte filtra sempre da sotto la superficie. Ci accompagna per tutta la vita e pertanto erigiamo difese, molte basate sulla negazione, per aiutarci ad affrontare la consapevolezza dell’ineluttabilità della fine dell’esperienza di vita. Ma non possiamo tenerla lontana dalla mente, può esprimersi nelle nostre fantasie e nei nostri sogni, in ogni incubo c’è l’impronta inconfondibile della morte. La transitorietà terrena è ineliminabile.

Esistono molte buone ragioni per le quali dovremmo affrontare la morte nel corso della psicoterapia. Data la necessità di esplorare noi stessi in profondità, del corso e del significato della nostra vita, la centralità della morte nella nostra esistenza, oltre al fatto che la vita e la morte sono interdipendenti, come possiamo negarla o rimandare di affrontare questo tema?

Da sempre gli uomini si sono resi conto che ogni cosa svanisce, hanno paura di questo oblio e devono trovare un modo per vivere nonostante la paura della dissoluzione. Gli psicoterapeuti non possono permettersi di ignorare i molti grandi pensatori che hanno affermato che imparare a vivere bene significa imparare a morire bene.

In molte importanti opere di letteratura, come ad esempio “La morte di Ivan Il’ic” o “Guerra e pace” di L. Tolstoj, vi sono personaggi che affrontano la morte come una rivelazione, avendola negata o rimandata argomentativamente per tutta la vita, e si rendono conto di morire male perché hanno vissuto male. Naturalmente con il termine “vivere bene” non intendo nell’agio economico, nel lusso o nell’abbondanza materiale. Il messaggio in tutte queste opere è semplice e profondo: sebbene la morte fisica ci distrugga, l’idea della morte può salvarci.

Lavorando a contatto con i malati terminali, negli anni ho visto un gran numero di loro che, di fronte alla morte o all’eventualità della morte, hanno subito un significativo e positivo cambiamento personale. Sentivano di essere divenuti più saggi, davano nuove priorità ai loro valori e iniziavano a considerare banali alcuni eventi della loro vita. Le fobie e le paralizzanti preoccupazioni interpersonali sembravano sciogliersi. Essi vedevano con favore il condividere quanto appreso.

Esiste una interessante interpretazione in musica del mito di Orfeo ed Euridice del 1607 di Alessandro Striggio e Claudio Monteverdi che affronta esattamente questo tema. Il sonetto 11 – “Il ritorno e la morte” infatti narra che Orfeo ha perduto la sua amata Euridice, portata con sé nel regno dei morti da Ermes. Tornato dal regno dei morti da solo, Orfeo si chiude prima nel suo dolore, in profonda elaborazione del lutto, e poi si apre a una nuova fase perché dal viaggio nell’oltretomba torna profondamente trasformato dalla “sapienza” acquisita con tanto dolore.

Martin Heidegger – filosofo e maggiore esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico – ha parlato di due modalità dell’esistenza:

1. Il modo di tutti i giorni: ci consumiamo e siamo distratti dalla materia che ci circonda, siamo attirati da come sono le cose nel mondo, l’aspetto esteriore e superficiale delle cose e/o il possesso.

2. Il modo ontologico: ci focalizziamo sull’esistenza in sé delle cose, ci meravigliamo per il fatto che ci siano delle cose nel mondo, l’aspetto profondo ed enigmatico della vita e dell’esistenza.

In quest’ultimo tipo di esistenza ci troviamo in uno stato particolare di ricettività, propensi al cambiamento personale. La fase di transizione tra questi due approcci alla vita, il primo più istintivo e basilare e il secondo più complesso e sensibile, può indurre una serie di rivoluzioni interne, in termini di senso della vita od obiettivi personali.

Come passare dalla prima alla seconda modalità di esistenza?

I filosofi le descrivono come “esperienze di confine” – episodi urgenti, di entità superiore e a volte inaspettati, che ci scuotono dalla quotidianità e strappano la nostra attenzione dalla materialità all’Essere. L’esperienza di confine più importante è il confronto con la propria morte. Incidenti, esperienze altamente traumatiche o emotivamente profonde sono rappresentative di una vastità di casi, come si può immaginare.

Il lutto, che ha a che fare con la morte dell’altro, l’abbandono di un profondo legame, è un’esperienza di confine dalle grandi, seppur dolorose, potenzialità. Spesso nel lavoro psicologico sul lutto ci si concentra in modo esteso ed esclusivo sulla perdita, sulle questioni rimaste in sospeso nel rapporto, sul compito di staccarsi dal defunto ed entrare di nuovo nella corrente della vita. Sebbene tutti questi passi siano importanti, non bisogna trascurare il fatto che la morte dell’altro serve anche a mettere a confronto ciascuno di noi, in modo netto e pregnante, con la nostra stessa morte. Negli anni ho notato come molti coniugi in lutto non si limitassero ad effettuare le riparazioni necessarie e a tornare al livello di funzionamento precedente il doloroso evento, ma almeno un quarto (forse un terzo) di loro ha raggiunto un nuovo livello di maturità e di saggezza. Si potrebbe definire questo un dono che l’amore, attraverso il dolore del distacco in questo caso, ha convertito in consapevolezza e accrescimento personale.

La vita non è che un breve spiraglio di luce tra due eternità fatte di tenebra – Vladimir Nabokov

Queste due immensità sconosciute di tenebra, parafrasando Vladimir Nabokov, sono come due gemelli identici, eppure ci relazioniamo con loro in modo completamente diverso: ci soffermiamo con terrore e tremore sulla seconda eternità di tenebra (morte) e prestiamo minore attenzione alla prima (pre-nascita), che percepiamo più benigna e confortante. In realtà entrambe queste oscurità gemelle della nostra conoscenza sono identiche. La prima è stata già superata. Noi abbiamo coscienza dopo essere già venuti alla vita, mentre alla seconda ci si pone d’innanzi come un’esperienza definitiva da affrontare consapevolmente. Ecco quindi che questo sentirsi minacciati deriva dall’esperienza di vita, unico strumento a nostra disposizione per modellare in meglio questo approccio.

Entrare in contatto con l’idea della propria mortalità è una riflessione personale che riguarda l’esperienza unica e propria di ogni singolo individuo, ma possiamo comunque iniziare ponendoci domande che riguardano tutti noi.

_ Cosa spaventa di più della morte?

_ Quando ci si è resi conto per la prima volta della morte?

_ Con chi ne abbiamo parlato?

_ Quali aspetti sono emersi parlandone con gli altri?

_ Quali morti abbiamo sperimentato nella nostra vita?

_ Come sono cambiati i propri atteggiamenti nel corso della vita riguardo la morte?

Esiste inoltre una correlazione tra il livello dell’angoscia della morte e la propria auto-realizzazione. Più si percepisce la vita come non vissuta e maggiore è la paura della morte. Il lavoro psicoterapeutico per ridurre l’ansia della morte comporta spesso la ricerca di un aiuto nell’auto-realizzazione. Personalmente ritengo che il terapeuta sia anche tenuto ad aiutare il paziente a realizzare se stesso.

Diventa ciò che sei –  Friedrich Nietzsche

Aiutando a crescere gli altri si forma un effetto increspatura che si propaga da sé verso gli altri, un effetto catena. Questo è un modo per comprendere che Amore è dare, dare è vita, vita è continuità, continuità è superamento della morte – l’amore vince sulla morte perché perdura trasmettendosi, tramandandosi.

Una possibile e curiosa interpretazione etimologica della parola amore individua nel latino a-mors = “assenza di morte” l’origine del termine, quasi a sottolineare l’intensità senza fine di questo potentissimo sentimento.

Dott.ssa Marcella Caria


Bibliografia: Il dono della terapia – Irvin D. Yalom; Essere e tempo – Martin Heidegger, operaomniablog.blogspot.it

ATTENZIONE! Il materiale pubblicato è volto ad essere spunto di riflessione sui temi trattati e non vuole essere in alcun modo sostitutivo di indicazioni e/o trattamenti terapeutici. La gestione di difficoltà e disagi emotivi deve sempre essere affrontata con l’aiuto di professionisti del settore. E’ pertanto importante contattare direttamente una figura professionale competente affinché possa valutare la specifica situazione e fornire le adeguate indicazioni terapeutiche.
Pubblicato in Lutto, Traumi e Violenza da Dott.ssa Marcella Caria | Tags: , ,